domenica 11 maggio 2014

LA FIABA DI FRANCESCA. ( per la disegnatrice Francesca Popolizio. )



C’era una volta una piccola camera oscura, nel buio della memoria, nel chissà dove irrazionale, dove gli incubi di una bambina,  venivano sciolti in liquido da una donna e fissati poi dalle sue due mani leggere nella forma solida e asciutta del disegno.
C’erano in quelle creazioni evanescenti, mille e mille sentieri a perdersi tra qualche radice di albero, un lupo cattivo e la perturbante idea che sarebbe stato  difficile tornare a casa.
C’erano ancora le lacrime grigie dell’infanzia, i labirinti in blu di Prussia, la sensazione ocra della fame, del capriccio, dell’abbandono e il cerchio spiacevole della solitudine.
C’erano scale di carta e ringhiere di matita; l’illusione di una casa dopo avere percorso tanto bosco e ancora il timore di perdersi; c’era la volontà di galleggiare in acque vorticose o di scoprire qualche squarcio di sereno in uno spoglio autunno crepuscolare.
C’erano una volta due mani leggere di  donna, le dita come ali a volare a ritroso in un tempo di carta e una bambina in cerca di una fiaba che la aiutasse a mescolare la fantasia rosa-azzurra, con la ruggine dei pensieri spaventosi. Così, in penombra, in quel mondo di mezzo che era la piccola camera oscura, strato su strato, le mani di donna tentarono di armonizzare ad arte i frammenti di inconscio in china, nella adulta rielaborazione degli impulsi primitivi ed irrazionali che una bambina le suggeriva.
E fu antica magia, quella di riuscire a catturare le ombre che turbano il sogno d’infanzia , di donare loro un colore, di racchiuderle definitivamente in un tratto, di cucirle a fiaba, così da esorcizzarne la paura o renderla stra-ordinaria.
Fu il più puntuale degli incontri, quello che diede voce, tramite due mani, ad una donna ormai cresciuta e alla sua bambina interiore, in quel “c’era una volta” continuo che attinge inchiostro dall’ inconscio e lascia in fiaba e disegno tracce di sè.

Nessun commento:

Posta un commento