martedì 19 marzo 2013

ALBERI. (dedicato ad Andreco)

Immaginate il vostro corpo disperdersi nel vento e, come vento, vagare, ancora e ancora, senza una meta, ma con la leggerezza che è cosa rara e preziosa talvolta per il cuore umano.
Sentitevi liberi di perdervi, di non sapere più dell’esistenza del tempo, di confondervi con le stagioni, di tralasciare i pensieri e di sparire in un confortante silenzio che vi avvolge.
Con questo spirito, lasciatevi guidare dai sensi e attraversate i mille boschi che sono la vostra memoria.
Potrete gustare con gli occhi qualcosa di nuovo, toccare l’invisibile odore della bellezza, intuirete nelle orecchie il sussurro del vostro essere essenziale.
Ascoltate parlare gli alberi, attraverso l’istante immutabile di una fotografia, dentro tracce di pittura, con i rituali materici della scultura; desiderate che scivoli il vostro sguardo sopra rami che si annodano e snodano come fossero onde nel cielo; fatevi goccia che percorre corteccia, respirate la tensione verso un orizzonte alto e l’inevitabile ancoraggio alla terra  di queste metafore naturali ed inverse di noi. GLI ALBERI.
Alberi che sono uomini al contrario.
“…chi mai azzarderebbe scorgere nell’uomo l’immagine riflessa dell’arbor inversa- albero capovolto- chi mai oserebbe assimilare le radici ai capelli, il petto al tronco o a vedere nelle foglie le parole, nei fiori le intenzioni, nei frutti le virtù, nelle gemme i pensieri, nei rami la forza e la potenza?
…chi mai paragonerebbe gli uomini ad alberi in movimento?...” (Piero Camporesi. Le officine dei sensi.)
Gli alberi abitano paesaggi, ne sono protagonisti. Raccontano una storia, divulgano emozioni, tramandano sensi e significati. Ci proteggono, ci spaventano. Ci somigliano. E sono come noi. Noi, talvolta ben ordinati e in fila, con una buona energia di luce che ci riempie lo spazio, talvolta tutti avvolti dalla nebbia, alla ricerca disperata del sole che scaldi.
Fragili creature di vetro resina, sgorghiamo a sogni leggeri con speranze di farfalla, bianchi e puri, e per questo bisognosi di difenderci con  uno scudo di corteccia. Immensamente abili nell’uniformarci alla notte e al suo silenzio, rumorosa esplosione di foglie rosse quando sembriamo aver raggiunto il cielo. Resistenti nel vento, quando il vento è tempesta, quando il tempo è guerra, quando la solitudine ci rende foglie secche o ci fa osservare il mondo da dietro i vetri di una finestra. Bravi e tenaci nel rigenerarci e ricostruirci sopra le nostre stesse macerie di dolore, a risollevarci  oltre ogni distruzione, con le radici come fondamenta indistruttibili.
Come incorniciati sulla tela del mondo, siamo capaci di brillare d’ironie e truccarci con la fantasia, giocando con il tronco, le braccia, le gambe e la faccia, facendo i personaggi piuttosto che le persone, a volte vanitosi nel rifletterci nel fiume della vita, testardi ad arrampicarci sui muri grigi, spavaldi nel mischiarci al traffico del mondo diurno; oppure ombre nascoste a custodire i segreti dei tramonti, camminando silenziosi le nostre nostalgie crepuscolari, costeggiando le nostre strade innevate, i nostri sentieri autunnali. Fioriamo di primavere improvvise, riempiamo di verdi e gialli i nostri giardini, ci lasciamo navigare incerti in tormente scure, per poi affondare nel tepore della sabbia, davanti al nostro mare più calmo. Desiderosi di altalene emotive da dondolare tra le nostre braccia, che da soli che siamo, possiamo confonderci con mille altre vite e diventare, da bianchi o neri, boschi colorati con la delicatezza dei pastelli o sfumate composizioni d’acquarello.
Noi, che, al di là di “metterci in mostra”,dovremmo sempre seguire l’istinto di amare la Natura che siamo.
Noi.
Come alberi attraverso le stagioni.

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